Archeologia

Gli albori dell’età del ferro ci appaiono come un mosaico multicolore di civiltà.
La cultura “villanoviana” (secoli IX – VIII a.C.) primeggia fra le molte per ricchezza economica, estensione territoriale, complessità ed organizzazione del tessuto sociale. È a questa che si fanno risalire le origini del glorioso popolo Etrusco nel nostro territorio, molto probabilmente dovuto a contatti con un popolo forse giunto da Oriente (teoria Erodotea della provenienza dalla Lidia nel Mar dell’Egeo).
L’articolazione di base dell’insediamento della civiltà villanoviana è legata ad una struttura abitativa semplice: quella del villaggio. Solo nel corso del VII secolo l’assetto urbanistico riflette l’avvenuta organizzazione politica e sociale della comunità.

Plinio, nel descrivere le città e i popoli dell’Etruria al tempo di Augusto, menziona tra gli altri i VESENTINI, antichi abitanti della città Umbro Etrusca di VESENTUM, situata sulla sponda meridionale del Lago di Bolsena, sul colle che si specchia nelle limpide acque e che da essa ha ereditato il nome MONTE BISENZIO. Vesentum, antichissima città, doveva trovarsi compresa nella giurisdizione territoriale della potente e ricca Tarquinii, la primigenia delle città dell’Etruria, ricadendo nel suo settore di espansione economica-demografica.
Di conseguenza, se il Lago apparteneva alla lucumonia di Tarquinia, evidentemente tutto ciò che era a sud del Lago, quindi anche VESENTUM, doveva essere necessariamente incluso nel territorio Tarquiniense.

VESENTUM acquistò grande importanza a partire dal IX sec. a. C., con la cultura pre-etrusca dei Villanoviani, caratterizzata dalle originali sepolture a pozzetto, dove le ceneri del defunto venivano inserite in un’urna «a capanna», riproducente l’abitazione Etrusca, o in un’urna biconica. In quest’epoca VESENTUM assumeva la posizione di leader per la originale produzione delle famose suppellettili bronzee; è d’obbligo citare , a proposito, la conosciutissima situla con figurine, riccamente decorata a sbalzo con motivi geometrici a spina di pesce, punti e borchiette. Sulla sua spalla e sul coperchio ruota un doppio giro di figure plastiche applicate con chiodi, nell’atteggiamento di eseguire una danza rituale intorno ad un’animale mostruoso incatenato al centro del coperchio. Sempre dello stesso periodo è l’altrettanto famoso cerrello di bronzo braciere-profumiere.

Potrete ammirare l’originalità a la squisita fattura di questi e tanti altri oggetti provenienti da queste zone nella ricca camera dedicata a VESENTUM al Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma. Nei successivi VIII e VII sec. a. C. assistiamo ad un repentino cambiamento nella vita e nei costumi della popolazione Visentina, questo molto probabilmente è dovuto ai contatti con il popolo proveniente dalla Lidia e da qui una nuova visione politica e culturale.
L’afflusso di oggetti provenienti dall’Oriente portati da questo popolo e la matrice vicino-orientale della produzione artigianale dell’Etruria, hanno indotto gli studiosi a denominare orientalizzante il periodo che va dagli ultimi decenni dell’ VIII secolo a.C. alla fine del VII. Giungono in Italia, dall’area del Mediterraneo Orientale, artisti che impiantano officine e influenzano la cultura artistica, apportando nuovi motivi iconografici e decorativi.

E’ proprio in questo periodo che VESENTUM divenne la vera e sola dominatrice del «grande lago Tarquiniese» (così Plinio definisce il bacino nel Libro II della sua NATURALIS HISTORIA) e con ogni probabilità il vero cuore motore e punto di riferimento del popolo Etrusco. Bella, ricca e popolosa città (stime parlano di circa 60.000 unità), fervente di traffici e di opere del suo artigianato, in un punto geografico e viario strategico, difesa da una possente cinta muraria di oltre 2 chilometri di lunghezza, con la sua altissima e imponente acropoli e con la splendente policronia dei templi, Vesentum si offriva allo sguardo dei suoi numerosi «pagi», occhieggiando serena e sorniona la vicina isola Bisentina, cui dette in eredità il suo nome.
Il meglio della cultura Vesentina è comunque stato visto che nei secoli successivi, con l’apertura di nuove vie commerciali verso il Tirreno, favorisce la fioritura delle città costiere che si affacciano sul mare, di conseguenza assistiamo ad una fase di stasi nelle attività commerciali, artigianali e culturali in genere. Pur tuttavia gli scavi di tombe a cassone in tufo ed a fossa, risalenti al V sec. a. C., continuano a riportare alla luce corredi di pregevole fattura, unici nel loro genere e rinvenuti solo ed esclusivamente in queste campagne, evidenziando ancora di più l’unicità e la centralità della zona.
La ricchezza delle decorazioni e un’accurata attenzione alla morbidezza delle forme caratterizzano il periodo convenzionalmente chiamato classico ( V – IV secolo a. C.). Opere emblematiche di questi secoli sono il celeberrimo Sarcofago degli Sposi e lo splendido complesso di terracotte di Pyrgi (460 a. C.).

È nel periodo classico che si avverte maggiormente l’influenza della cultura greca. Su questa scia le maestranze etrusche si impegnano in complesse iconografie. Appartiene a questo periodo la testa femminile di un gruppo scultoreo che decora il frontone del Tempio di Pyrgi (metà del IV secolo a.C.). La resa spaziale raggiunge invece i massimi livelli nella tomba degli Scudi e delle Sedie (350 – 340 a.C.). Il declino era alle porte, con la Pax Romana imposta con le armi nel 280 a.C. la civiltà etrusca si consuma nel periodo delle guerre civili. La cultura si spegne quasi volontariamente negli ultimi decenni del I secolo.
Le fonti storiche sono purtroppo avare di informazioni più dettagliate sull’antica città di VESENTUM.
Ciò è dovuto anche al fatto che gli Etruschi erano soliti scrivere su materiali altamente deteriorabili e a noi è giunta solo una infinitesima parte dell’informazioni scritte rispetto ad altri popoli.
Tutto questo, unito alla mancanza di scavi sistematici ed organici sul territorio, hanno determinato l’abbandono, pressochè totale, da parte della moderna Etruscologia delle istituzioni locali e nazionali, di studi appropriati e approfonditi sull’importantissimo sito, che con la sua necropoli immensa, le suppellittili funerarie, appartenenti a varie epoche, la presenza delle più svariate forme di sepoltura, unitamente alla pregevolissima e unica lavorazione del bronzo, che caratterizza VESENTUM tra tutte le città dell’Etruria, richiederebbe una maggiore attenzione al fine di rendere questa zona una vera scuola archeologica all’aperto di interesse nazionale e mondiale e non solo terreno di sfruttamento dei tombaroli.

Cosmologia etrusca

Qui segue la relazione tenuta al III Congresso Internazionale della Federazione Astrologica dell’Europa del Sud (FAES) Milano, Italia, 6-7 Novembre 2004 a cura di Renzo Baldini.

“Fra gli Etruschi…e noi [Romani] c’è questa differenza: noi riteniamo che i fulmini scocchino quando c’è stato uno scontro di nuvole, essi credono invece che le nuvole si urtino per far scoccare i fulmini. Infatti, dal momento che attribuiscono ogni cosa alla divinità, essi sono convinti non già che le cose abbiano un significato in quanto avvengono, ma piuttosto che avvengono perché debbono avere un significato” (Seneca, Nat. Quaest., 2, 32)
In questo brano di Seneca troviamo quella che è l’idea di base non solo della religione etrusca ma di tutta la loro concezione della vita, e cioè che qualsiasi fenomeno naturale altro non è che l’espressione della volontà divina, un segnale che la divinità invia all’uomo; dovere di quest’ultimo è fare il possibile per capirlo adeguandosi ad esso.
Gli Etruschi furono infatti unanimemente considerati i maggiori esperti nell’arte divinatoria; per loro tutto era sacro e tutto aveva un significato: qualsiasi evento accadesse, questo non avveniva a caso ma era un segnale del divino che in quanto tale andava onorato e capito; il volo degli uccelli, la provenienza dei fulmini durante un temporale, lo studio delle viscere animali, tutto serviva per decifrare il messaggio divino.

Ma chi erano gli Etruschi?
Di tutti i popoli che nella storia si sono avvicendati su quel grande teatro che è stato ed è il Mediterraneo, gli Etruschi sono i meno conosciuti e, per quanto ci interessa, i meno studiati per quanto riguarda la comprensione di una loro forma, seppur non come la intendiamo noi, di Astrologia.
I romani li chiamavano Tusci o Trusci; i greci Thyrrhenoi, legandoli così, anche come provenienza, a Thirrha, una regione dell’Anatolia in Turchia conosciuta storicamente come Lidia; gli egizi li chiamavano Twrs; altri popoli li conoscevano sotto il nome di Tyrsen. Essi stessi, invece, si riconoscevano sotto il nome di Rasnakh, dagli storici trasformato in Rasenna. Noi li conosciamo come Etruschi e la loro ‘nazione’ come Etruria.
Territorialmente hanno occupato zone come la Lombardia, il Veneto, la Liguria, la Pianura Padana, la Toscana, le Marche, la Campania.
Ma se queste sono le regioni su cui gli Etruschi hanno esteso il loro dominio, una sola era la loro ‘terra sacra’, cioè quella parte dell’Italia centrale compresa tra i fiumi Arno e Tevere e la costa tirrenica.
Qualcuno si meraviglierà a sentir parlare di ‘terra sacra’, però era proprio questo il concetto che gli Etruschi avevano del loro territorio, e non solo perché era stato assegnato dalla divinità (seppur per un tempo limitato): infatti tutti gli Etruschi sapevano che la protezione degli dei e la ‘magia’ che i sacerdoti avevano da essi ricevuto, finiva oltre quei confini, al di là l’Etrusco era in balia di forze negative, non più sotto il mantello protettivo della magia dei propri sacerdoti.

Questo territorio sacro aveva dei confini ben precisi: la frontiera nord era indicata dalla foce del fiume Arno o più precisamente dal Monte Falterona da cui l’Arno nasce (lat. 43N52), quella a sud dalla foce del fiume Tevere (lat. 41N46), quella ovest dalle coste del mar Tirreno o più precisamente dal sito oggi denominato Rio Marina all’Isola d’Elba (long. 10E25), quella est dalla città di Todi (in etrusco Tuler, la città-fortezza, la città-frontiera) o più precisamente da Giano dell’Umbria (long. 12E35), cittadina a qualche chilometro da Todi il cui nome sta ad indicare proprio la ‘porta’ dalla quale si entrava nel territorio magico etrusco (Giano = Janus, divinità protettrice delle porte e dell’anno, da janua, porta).
Il centro sacrale di questa terra si troverebbe sul Monte Labbro, non molto lontano da S.Fiora, sul versante sud-ovest del Monte Amiata.

Possiamo però cogliere meglio la particolarità di questa terra se la racchiudiamo dentro alcuni cerchi che ne facciano esaltare tutta la ’sacralità’: il cerchio esterno, che tocca le foci dei fiumi Arno e Tevere, racchiude la totalità della ‘nazione etrusca’, mentre il cerchio interno racchiude ciò che essi definivano la Terra Sacra Inviolabile, cioè quella zona dove la magia etrusca, e

comunque le divinità etrusche, potevano svolgere il massimo della protezione nei confronti della gente rasnakh. Lo spazio che si trova tra i due cerchi rappresentava il circuito dei pianeti, la strada occupata dagli dei.
Interessante far presente come il cerchio interno tocchi città e paesi il cui nome richiama, più o meno esplicitamente ancora oggi, il nome Janus, indicandoci come quel cerchio rappresentasse proprio il confine della loro terra sacra: così, abbiamo detto di Giano dell’Umbria, ma abbiamo anche, da sud a nord in senso antiorario, Vejano (Vianum) tra il lago di Vico e il lago di Bracciano, Forgiano vicino a Perugia, Subbiano (sub janum condita, cioè sotto la tutela di Janus) poco a nord di Arezzo, e, poco distante da Volterra, la località di Iano, tutti luoghi situati sulla circonferenza del ‘cerchio sacro’.
Ma vi erano altri due luoghi che secondo alcuni studiosi potrebbero essere definiti come il Sancta Sanctorum degli Etruschi, e sono quelli racchiusi nei cerchi più piccoli; così ne abbiamo uno che ha come centro la città di Volsinii sul lago di Bolsena, sede del concilium etrusco, dove si trovavano i templi del dio Vultumna, massima divinità etrusca, e della dea Nurthia, signora del destino e della salute; ne abbiamo poi un altro che tocca le foci dei fiumi ’sacri’ Fiora e Marta, e dove, secondo la leggenda, approdò intorno al 2000 a.C. il condottiero Tyrsen, di origini lelegiche; lì Tyrsen fondò la città di Vulci (in etrusco Velx, oggi Montalto di Castro), che divenne la capitale del suo regno; all’interno di questo cerchio abbiamo alcune fra le maggiori città etrusche, come Vulci, Tuscania, Tarquinia, Norchia.

Ma la storia, così come noi la conosciamo, della gente etrusca, prende le mosse più tardi, quando cioè hanno inizio i dieci ’secoli’ destinati a questo popolo. Infatti nei libri sacri etruschi, in special modo nei libri cosiddetti ‘Fatales’, che contenevano le norme riguardanti la divisione del tempo e la durata della vita degli uomini e dei popoli, era scritto che al popolo etrusco venivano assegnati dieci ’secoli’ di vita, ognuno dei quali, però, di durata particolare, non fissa; la fine di un ’secolo’ e quindi l’inizio di quello successivo venivano segnalati da eventi straordinari, così, ad esempio, quando un giorno dell’anno 88 a.C. si udì un misterioso e lugubre suono di tromba, quell’evento fu interpretato come l’annuncio della fine di un secolo, e lo stesso avvenne nel 44 a.C. quando si verificò un altro prodigio quale l’apparizione di una cometa, che effettivamente sappiamo essere avvenuta nel giorno stesso dell’uccisione di Cesare, evento che segnalò la fine e quindi l’inizio di un nuovo ’secolo’.

Ogni anno i re-sacerdoti etruschi, chiamati ‘lucumoni’ (Lukmnes), si riunivano a Volsinii (in etrusco Velznani, l’odierna Bolsena) sul lago di Bolsena, centro morale, religioso e politico di tutta l’Etruria, capitale della confederazione delle dodici città-stato etrusche (in ordine alfabetico seguito dal nome etrusco: Arezzo/Artinia, Caere/Kysra, Chiusi/Kamars (?), Cortona/Kurthyn, Perugia/Arunia, Roselle/Rusna, Tarquinia/Tarkhnas, Veio/Veji, Vetulonia/Vethluni, Volsinii/Velznani, Volterra/Velathri, Vulci/Velx), e lì piantavano un chiodo di bronzo; in tutto troviamo 961 chiodi pari a 961 anni, cioè l’intera ‘vita’ assegnata al popolo etrusco e così suddivisa:

1° secolo 907 – 808 a.C. Pari ad anni 100
2° secolo 807 – 708 a.C. Pari ad anni 100
3° secolo 707 – 608 a.C. Pari ad anni 100
4° secolo 607 – 508 a.C. Pari ad anni 100
5° secolo 507 – 385 a.C. Pari ad anni 123
6° secolo 384 – 266 a.C. Pari ad anni 119
7° secolo 265 – 147 a.C. Pari ad anni 119
8° secolo 146 – 89 a.C. Pari ad anni 58
9° secolo 88 – 45 a.C. Pari ad anni 44
10° secolo 44 – 54 d.C. Pari ad anni 98

Gli Etruschi avevano un rapporto molto stretto con il ‘magico’, e lo studiavano e lo decodificavano grazie a norme e principi tratti da discipline come ad esempio la numerologia e l’astrologia.
Se leggiamo la tabella relativa ai ’secoli’ utilizzando la numerologia notiamo delle cose molto interessanti: sommando infatti le cifre che compongono gli anni di inizio e di fine di un ’secolo’ notiamo, per quanto riguarda il 1° ’secolo’, i seguenti numeri: 9 + 0 + 7 = 16 e 8 + 0 + 8 = 16: l’inizio della vita assegnata al popolo etrusco parte con il numero 16, che vedremo in seguito ebbe una enorme importanza nella loro disciplina astrale.
Con lo stesso criterio notiamo che i ’secoli’ successivi hanno una cadenza numerologica lineare, durando infatti cento anni precisi, così che il secondo secolo ha come numero ‘magico’ il 15, il terzo il 14 e il quarto il 13; quest’ultimo numero era però considerato negativo e indicava che il ’secolo’ successivo avrebbe significato l’inizio del tramonto per la civiltà e l’anima etrusca: pensiamo alla sconfitta navale di Cuma del 474 a.C., oppure alla guerra di Roma contro Veio, iniziata con piccole scaramucce già nel 438 a.C. e finita con la capitolazione della città nel 396 a.C., eventi che segnarono il declino dell’Etruria.

Dal 5° secolo in poi, sempre numerologicamente parlando, la linearità si rompe, avendo numeri diversi per l’inizio e per la fine di un ’secolo’: così, ad esempio, per l’inizio del 5° secolo abbiamo 5 + 0 + 7 = 12, mentre per la fine troviamo 3 + 8 + 5 = 16, come a dire che è iniziato il declino (12) dell’intera vita (16), oppure che le dodici città-stato (12) si avviano al declino della loro sacralità (16).
D’altronde il 16 era per gli Etruschi un numero sacro (ma lo erano anche il 4, l’8 e il 64), un numero divino, legato alla vita (e se sommiamo gli anni ‘destinati’ alla nazione etrusca abbiamo 9 + 6 + 1 = 16), così che anche il tempo e lo spazio venivano divisi in ’sedicesimi’, e si pensa che anche la giornata fosse composta da 16 ore (di 90 minuti l’una), 8 ore per il giorno e 8 ore per la notte.

Lo stesso criterio veniva usato per dividere lo ’spazio dei segni divini’, cioè il cielo (e la terra), in ’sedici regioni di influenza’, otto positive e otto negative. Questa suddivisione dello spazio era di enorme importanza per leggere correttamente i segnali del cielo, in special modo la direzione dalla quale provenivano le folgori celesti, evento che opportunamente letto secondo le regole magiche permetteva di capire gli eventi futuri.

Molti autori latini (Cicerone, Plinio il Vecchio, Marziano Capella, Servio) ci hanno tramandato il modo in cui gli Etruschi tracciavano le varie regioni del cielo; la trattazione più completa la troviamo nella Naturalis Historia di Plinio: “A tale scopo [per determinare la provenienza del fulmine] gli Etruschi divisero il cielo in sedici parti…La prima zona è dal settentrione all’alba equinoziale [cioè da nord a est], la seconda sino al mezzogiorno [da est a sud], la terza sino al tramonto equinoziale [cioè da sud a ovest], la quarta occupa il restante spazio fra il tramonto e il settentrione [da ovest a nord]. Hanno poi diviso ciascuna di queste zone in quattro parti, e dissero di sinistra le otto regioni orientali, di destra quelle occidentali.

Tra di esse sono particolarmente di malaugurio quelle che fiancheggiano il settentrione da ponente [cioè il quadrante nord-ovest]“. (Nat., 2, 143) Da qui si evince che il sacerdote stava rivolto con la fronte al sud, avendo così l’oriente a sinistra e l’occidente a destra, così come avviene nella stesura di un oroscopo. Non tutti gli autori latini erano però di questo avviso: Frontino (Sextus Julius Frontinus, 30-104 d.C., governatore della Britannia), esperto di agrimensura (l’arte di tracciare i confini), ci dice che i sacerdoti etruschi tracciavano lo spazio in sedici regioni guardando verso l’ovest, mentre Varrone (Marco Terenzio Varrone, 116-27 a.C., direttore della biblioteca pubblica di Roma) ribadisce che il loro sguardo era rivolto verso il sud. Il mistero rimane, anche se alcuni dicono che sono esatte entrambe, pensando gli Etruschi utilizzare due suddivisioni dello spazio, una ‘esoterica’ (quella rivolta all’ovest) l’altra ‘exoterica’ (quella rivolta a sud).


Complessa e controversa però l’assegnazione di ogni suddivisione del cielo ad una divinità, anche perché il pantheon etrusco, così come è a noi pervenuto, è un insieme di resti deformati in cui cultura greca e cultura latina si mescolano alimentando confusione e facendo perdere di vista i nomi e gli attributi originali, e non ci soccorre nemmeno il famoso ‘fegato di Piacenza’, modello in bronzo di un fegato ovino utilizzato per la divinazione (rinvenuto a Settima di Gossolengo, in provincia di Piacenza) in cui troviamo, suddivisi in sedici caselle, i nomi delle divinità, alcune però incomplete o sconosciute.

E però possiamo, seguendo le indicazioni pervenuteci tramite gli scrittori latini, conoscere il modo di divisione delle quattro regioni del cielo: così sappiamo che le zone comprese tra il nord e l’est erano sede degli dei celesti, quindi molto favorevoli, mentre quelle da ovest a nord le più infauste, essendo sede degli dei degli inferi; le altre due zone, a mezzogiorno, erano sede degli dei della natura (dell’acqua e della terra), con la zona sud-ovest parzialmente infausta, quella sud-est parzialmente fausta.

Riproduzione della suddivisione etrusca del cielo secondo lo studioso Massimo Pallottino.

E’ possibile comprendere i motivi di questa suddivisione considerando che tutto ciò è legato al ‘movimento’ del sole, visto come rappresentante verso gli uomini degli dei celesti quindi messaggero della loro volontà: nel periodo estivo, infatti, cioè nel periodo in cui il sole ha il massimo del calore quindi della forza, questo sorge a nord-est, plaga del cielo per questo considerata dominio della vita quindi favorevolissima; ovvio che il punto dove il sole estivo tramonta (nord-ovest), sia stato considerato infausto e sede degli dei inferi che ingoiano il sole estivo; stesso discorso per la zona sud-est, considerata parzialmente positiva: lì sorge il sole invernale, un sole che ha parzialmente perso il suo vigore se non la sua ‘divinità’, per questo più vicino agli uomini; a sud-ovest abbiamo invece la zona dove questo sole invernale tramonta, quindi, per questo, zona sì negativa ma molto meno dell’altra ove tramontava il sole estivo.
RIEPILOGO DELLE QUATTRO SUDDIVISIONI DEL CIELO E DELLA TERRA SECONDO LA DISCIPLINA ETRUSCA.

1) Nord-Est – Zona positiva (Nascita del Sole Estivo)
4) Nord-Ovest – Zona negativa (Morte del Sole Estivo)
2) Sud-Est – Zona moderatamente positiva (Nascita del Sole Invernale)
3) Sud-Ovest – Zona moderatamente negativa (Morte del Sole Invernale)

Possiamo così delineare due zone divise tra loro dalla linea est-ovest: considerando sempre il sacerdote rivolto a sud, ne abbiamo una alle sue spalle, a nord, dominio degli dei (celesti e inferi), l’altra davanti, a sud, dominio degli uomini (terra e mare); facendo intervenire invece la linea nord-sud avremo una zona a sinistra considerata positiva (pars familiaris) e sotto il dominio del sole (usils), e una zona a destra considerata negativa (pars hostilis) e sotto il dominio della luna (tivr).

Più difficile capire il perché di una divisione del cielo in sedici regioni, divisione non certo comune anche se ne troviamo traccia in tempi e luoghi molto lontani fra loro:

1) secondo gli studi sull’allineamento di alcuni monumenti megalitici in Bretagna e Scozia portati avanti dallo scozzese Alexander Thom, è possibile arrivare alla conclusione che l’uomo megalitico (1800 a.C.) usava un anno di sedici mesi, dividendo infatti l’anno in scansioni (‘mesi’) di 22, 23 e 24 giorni;

2) anche i Celti si dice abbiano usato nella loro storia un calendario formato da sedici mesi, forse eredità della cultura megalitica;
3) stessa suddivisione dell’anno in sedici mesi per gli indiani Hopi della comunità Pueblo, cultura sviluppatasi nelle regioni sud-occidentali degli Stati Uniti fra l’XI e il XIV secolo d.C.;
4) a Cortona (Arezzo) troviamo un candelabro etrusco, proveniente molto probabilmente da un tempio, formato da sedici fiammelle;
5) abbiamo poi Vitruvio, architetto e ingegnere romano del I secolo a.C., che ci descrive una rosa dei venti le cui direzioni dividono l’intero giro in sedici parti.

E comunque, e per quanto ci riguarda, credo si possa capire meglio la scelta degli Etruschi di dividere il cielo in sedici parti se consideriamo il numero 16 come 12 + 4: in pratica il cielo veniva diviso in dodici regioni, tre per ogni quadrante; veniva poi aggiunta, ad ogni quadrante, una regione ’speciale’ in cui risiedeva il dio titolare di quel quadrante: pur non essendo chiara la loro collocazione, e avendo vari nomi per una stessa divinità, possiamo comunque pensare al quadrante nord-est sotto la tutela di Tinia (Giove), al nord-ovest sotto quella di Aita (Plutone), al sud-est sotto Menrva (Minerva) o Uni (Giunone), al sud-ovest sotto Nethuns (Nettuno, Poseidone).
Come detto non è facile capire a quali divinità fossero legate le varie regioni del cielo, anche perché gli Etruschi non avevano un pantheon ordinato ma variegato, composto da un numero considerevole di dei e sotto-dei, tutti però importanti e comunque funzionali alle varie situazioni.
Come vediamo non è facile districarsi fra questi nomi e attributi, specie se cerchiamo di abbinarli agli dei-pianeti utilizzati nell’astrologia che conosciamo (ma non è detta l’ultima parola!).
Ma c’è una cosa molto interessante che possiamo trarre dal loro ‘cerchio del cielo’: se consideriamo che questo può essere visto come il ‘cerchio dell’anno’, possiamo, affidandoci al calendario, arrivare a meglio mettere a fuoco la struttura cosmologica etrusca. Innanzitutto, e purtroppo, conosciamo solo otto mesi del calendario ‘magico’ etrusco:

VELKITAN 15 febbraio – 15 marzo
CHABREAS 15 marzo – 15 aprile
AMPILE 15 aprile – 15 maggio
ACAHLU 15 maggio – 15 giugno
TRANEU 15 giugno – 15 luglio
HERMIU 15 luglio – 15 agosto
CHELI 15 agosto – 15 settembre
KHSFER 15 settembre – 15 ottobre

Ciò non toglie che si possa arrivare a scoprire alcune ‘coincidenze’ assai interessanti, seppur estrapolandole da altri popoli che ci hanno tramandato la ‘liturgia’ etrusca. Sappiamo che i Romani erano debitori nei confronti degli Etruschi di molte cose, non ultimo il calendario. Per i Romani le stagioni non iniziavano ai solstizi e agli equinozi (questi erano presi invece come date delle mezze stagioni) ma il 7 febbraio (primavera), il 9 maggio (estate), l’11 agosto (autunno) e l’11 novembre (inverno).

Si può quindi pensare che ciò lo fosse anche per il popolo etrusco. Ebbene, queste date (e comunque i giorni intorno a queste) hanno sempre goduto di una particolare importanza anche in molte altre culture, in special modo in quelle settentrionali (ad esempio presso i Celti), ma anche presso i Greci (si veda il ‘calendario di Esiodo’, così come esposto nel suo libro Le opere e i giorni), con ciò indicando periodi speciali dell’anno. In pratica i primi giorni di febbraio, di maggio, di agosto e di novembre, rappresentavano quattro momenti dell’anno in cui si compiva un particolare rapporto tra gli uomini e gli dei, tra la terra e il cielo. Possiamo vedere questo ben espresso, ad esempio, nel calendario celtico, che ci dà un’idea dell’importanza di queste quattro tappe del ‘cammino’ del sole:
1 Febbraio Nome della festa: Imbolic.
Veniva chiamata anche Candlemas (la nostra Candelora). Vi era un contatto con il mondo infero, si portavano doni ai defunti, ci si purificava (februarius da februare, purificare). Il sole ha in questo periodo (nel 2003 il 5 febbraio) una declinazione di – 16° circa.
Segno zodiacale: Acquario.
1 maggio – Nome della festa: Beltane.
Veniva celebrato l’inizio del semestre del sole trionfante. A Roma era la festa della dea Flora (che andava dal 28 aprile al 3 maggio) e di altre dee come Maia (Bona Dea, Fauna, Ops, Fatua). E’ in questi giorni che è stata fondata Firenze. Il sole ha in questo periodo (nel 2003 il 5 maggio) una declinazione di + 16° circa.
Segno zodiacale: Toro.
1 agosto – Nome della festa: Lammas o Lughnasadh.
Era la festa della Luce, il trionfo del sole, la festa del dio Lug.
Il sole ha in questo periodo (nel 2003 l’8 agosto) una declinazione di + 16° circa.
Segno zodiacale: Leone.
1 novembre – Nome della festa: Samhain o Trinox Samoni.
Festa anche questa della Luce, ma calante, quindi festa della Morte. Si celebravano i defunti. Il sole ha in questo periodo (nel 2003 il 7 novembre) una declinazione di – 16° circa.
Segno zodiacale: Scorpione.

Il ‘carattere’ di queste quattro feste si sovrappone in maniera curiosa al ‘carattere’ dei quadranti in cui gli Etruschi dividevano il cielo. Vediamo come.
Sappiamo che gli Etruschi avevano un rapporto molto particolare con l’aldilà, con il culto dei morti; questo ‘mondo altro’ era posto (per loro ma anche per molte altre culture) nelle regioni dell’occidente, dove tramonta il sole; ora, siccome il sole è una fra le ‘lancette privilegiate’ dalla quale gli uomini hanno tratto alcune fra le più importanti scansioni temporali, è giocoforza seguirne il cammino, dal massimo della sua forza al solstizio estivo (massima declinazione nord + 23°27′) alla sua ‘discesa negli inferi’ al solstizio d’inverno (massima declinazione sud – 23°27′); se passiamo quindi al ‘cerchio del cielo’ etrusco è inevitabile porre il solstizio invernale all’ovest; in tal modo il solstizio estivo si porrà a est; a sud, luogo peraltro privilegiato in quanto era la direzione verso cui si volgeva il sacerdote per partire a tracciare le linee di divisione del cielo, avremo l’equinozio primaverile (che per gli Etruschi era il primo dell’anno); a nord l’equinozio autunnale; con questa scansione stagionale le feste di cui sopra si porranno allora in questo modo .

Settore, significato e feste relative

Nord – Est Luogo degli dei celesti Massima fortuna Lammas, festa della Luce

Nord – Ovest Luogo degli dei inferi Massima sfortuna Samhain, festa della Morte
Sud – Est Luogo degli dei della natura Minima fortuna Beltane, festa della Piccola Luce
Sud – Ovest Luogo degli dei del mare Minima sfortuna Imbolic, festa della Piccola Morte

E’ innegabile una concordanza che fa capire come la suddivisione etrusca del cielo si attenesse al ciclo stagionale quindi al cammino del sole. Da notare poi un’altra ‘coincidenza’, quella che fa riferimento al fatto che il sole si trova ad avere, in queste date, una declinazione di 16° (sud o nord secondo la stagione), numero già conosciuto e che dà a queste feste, e a quei periodi dell’anno, un che di particolare se non di misterioso.

E però se accettiamo questa suddivisione dovremo accettare anche il fatto di vedere (come in effetti qui vediamo) gli equinozi porsi sull’asse del meridiano (nord-sud) e i solstizi su quello dell’orizzonte (est-ovest), cosa che a molti potrà apparire strana: dobbiamo invece sapere che per gli Etruschi la linea dell’orizzonte (che loro chiamavano ‘manvtha’, nome che richiama il dio dei morti Mantus da cui prende nome la città di Mantova) era una linea fissa, e doveva per forza essere fissa perché rappresentava l’orizzonte degli eventi, la linea che congiunge la terra e il cielo, linea che pur essendo visibile non è raggiungibile; quindi la linea ‘ferma’ dell’orizzonte può a buon diritto rappresentare la ‘fermata’ del sole (sol-stitium, sole-fermo); viceversa la linea del meridiano non era fissa ma aveva un movimento oscillatorio, ‘a trottola’, e dicevano che questa linea (come del resto quella dell’orizzonte) non aveva né inizio né fine, e che tagliava non solo la terra ma il cielo e tutto l’universo, arrivando a nord a toccare le stelle della dea Kalst (Callisto, la costellazione dell’Orsa Maggiore), a sud le stelle della dea Brithemartis (non identificata al momento con nessuna costellazione, forse può essere quella della Croce del Sud o della Carena oppure del Pesce Australe): in pratica non è altro che il movimento a trottola dell’asse terrestre (precessione) quindi del percorso del polo celeste nord che si troverà di volta in volta vicino a qualche stella facendola diventare Stella Polare.


Curiose poi certe ‘coincidenze’, come ad esempio quella di vedere  una somiglianza dell’asterismo della costellazione dell’Orsa Maggiore con il percorso dell’Arno, con il Monte Falterona facenti le veci della stella Dubhe (l’alfa della costellazione dell’Orsa Maggiore il cui nome significa ‘dorso’ [dell'orsa]), e della costellazione del Pesce Australe con il disegno che si forma unendo le maggiori città del sud dell’Etruria, Volsinii, Vulci, Caere e Veio, con Volsinii, capitale della confederazione etrusca, sul lago di Bolsena, che fa le veci della stella Fomalhaut (l’alfa della costellazione del Pesce Australe il cui nome significa ‘bocca del pesce’).

Ovviamente questo è un gioco, un ‘divertissement’, ben altro è l’approccio e l’impegno che dobbiamo mettere per decifrare la complessa cosmologia etrusca.

(Renzo Baldini)

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